I grassi non fanno ingrassare!

Questo articolo è tratto dal libro “La Dieta Metabolica”, in questo blog cerchiamo di informare nel modo più corretto possibile tutti gli aspetti che riguardano diete e nutrizione perché restiamo convinti che informando bene i nostri lettori essi traggano vantaggi nel conseguire i lori obiettivi di peso.
Se il nutrizionista non basta; sapere come siamo fatti e perché ingrassiamo e perché dimagriamo può fare la differenza. Anche per questo consigliamo a tutti di scaricare LC Dieta clicca quì perché è uno strumento utilissimo indispensabile per trattare al meglio i nostri menù alimentari. 

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I grassi alimentari non fanno ingrassare!
Per quanto suoni pazzesco, non lo è affatto. Una dieta più ricca di grassi può aiutare atleti e altre persone a perdere peso e adipe. La Dieta Metabolica è più efficace nel darvi quel fisico atletico e asciutto che avete sempre desiderato di ogni altra dieta che c’è in giro. Ecco perché la dieta copre l’intera gamma di possibilità e può adattarsi a chiunque, indipendentemente dalle capacità metaboliche, per impiegare i grassi o i carboidrati per l’energia necessaria. Il fatto è che per molte persone la dieta iperglucidica può praticamente funzionare contro di loro. Anche se perdono peso, finiscono con il perdere pure il tono muscolare. L’adipe può calare, ma cala anche la forma e la tonicità del corpo. Alla fine, possono ritrovarsi con un aspetto peggiore di quello che possedevano quando erano in sovrappeso.
E questo se sono capaci di seguire la dieta per un periodo di tempo abbastanza lungo da perdere peso. Mentre si trascinano avanti le solite diete basate sui carboidrati, la motivazione
personale viene meno. Se non siete particolarmente adatti a questo tipo di dieta, potete
diventare irritabili, magari addirittura depressi. Il livello di energia cala. È difficilissimo rimanere
a dieta sentendosi tanto male.
Tutti quegli alimenti che amate mangiare o vengono dimenticati per sempre o sono relegati
ad un breve e colpevole incontro.
In un mondo nel quale il mangiare rappresenta gran parte della nostra vita sociale, il regime dietetico iperglucidico, ipolipidico può rendervi velocemente emarginati dalla società.
Non è che la maggioranza delle persone non possa fare progressi con una dieta iperglucidica; al contrario.
Alcuni molto più di altri. Potete anche ritrovarvi in una situazione di stallo dei risultati e
non scendere mai al di sotto di un certo peso, comunque indesiderabile.
Allora, perché vi state torturando?
La Dieta Metabolica è un’alternativa che vi farà perdere centimetri di adipe e al tempo stesso modellerà un corpo che avrà un aspetto magnifico.

L’assunzione di grassi è adesso ai suoi minimi storici e l’obesità al suo massimo storico. Gli esperti dicono che molte persone hanno sbagliato di grosso lasciandosi andare con alimenti poveri di grassi ma pur sempre ricchi di calorie.

Diverse vitamine che si trovano in alcuni alimenti grassi – le vitamine A, D, E, e K – sono importanti in una dieta sana
Queste vitamine sono essenziali per la vita – senza grassi nell’alimentazione non vengono assimilate correttamente.
È possibile prevenire l’insorgenza di certe patologie se si includono alimenti grassi nella dieta.
I grassi monoinsaturi aiutano a ridurre il rischio di malattie cardiache e gli studi in laboratorio indicano che l’acido linoleico coniugato, un tipo di grasso che si trova naturalmente nei latticini e nella carne rossa, può servire a prevenire il cancro del colon.
I grassi saturi che si trovano nella cioccolata e nella carne contengono l’acido stearico che, a differenza di altri acidi grassi, non aumenta il colesterolo nel sangue.
Il consiglio delle autorità sanitarie di consumare meno grassi ha portato ad una fobia verso di essi. È ora che ogni tanto si consumino questi alimenti, non solamente per il gusto, ma perché ci fanno bene.

I falsi miti della carne rossa

I pericoli della carne rossa sono stati gravemente esagerati. Per quanto gli studi epidemiologici
abbiano indicato che le persone che consumano più carne rossa sono maggiormente predisposte a valori più elevati del colesterolo e a patologie alle arterie coronarie, non è la medesima cosa che dire che la carne rossa vi fa male. Non è qualcosa che potete estrapolare dai dati disponibili perché gli studi epidemiologici non indicano un rapporto di causa ed effetto,ma solamente correlazioni e probabilità.
Di fatto, in uno studio recente, è stato mostrato che la carne rossa ha effetti positivi sul colesterolo sierico e sui trigliceridi, altri grassi importanti.
In questo studio pubblicato su Archives of Internal Medicine, i ricercatori della Johns Hopkins University, del Chicago Center for Clinical Research e del University of Minnesota Hospital and Clinics hanno valutato gli effetti della carne rossa magra e della carne bianca su 191 pazienti con il colesterolo alto. Ai pazienti è stata fatta seguire una dieta equilibrata povera di grassi e di colesterolo e a sorte sono stati ripartiti in due gruppi: quelli che prendevano l’80% della carne dalla carne rossa (manzo, vitello o suino) e quelli dalla carne bianca magra (pesce o pollo). I pazienti hanno seguito la dieta per nove mesi.
Al termine dello studio i ricercatori hanno rilevato che tanto il gruppo con la carne rossa quanto quello con la carne bianca avevano variazioni quasi identiche nei valori del colesterolo: una diminuzione media dall’1 al 3% delle lipoproteine a bassa densità, o colesterolo “cattivo” (LDL), e una media di un incremento del 2% delle lipoproteine ad alta densità, o colesterolo “buono” (HDL).
I soggetti in entrambi i gruppi registravano un calo del 6% per i trigliceridi, molecole necessarie per produrre i grassi.
La carne contiene anche l’acido linoleico coniugato (CLA), un potente anticarcinogeno e agente lipolitico. Inoltre la carne contiene tutte le vitamine del gruppo B, la vitamina A, la vitamina D, lo zinco, il ferro, il fosforo, il potassio, il magnesio e molte proteine di elevata qualità.
È uno sbaglio escludere del tutto dalla propria dieta un alimento così completo.
Adesso che abbiamo esorcizzato la credenza che “i grassi e la carne rossa fanno male”, valutiamone un’altra: quella che sostiene che le diete iperproteiche sono nocive. Si è parlato molto del fatto che le diete iperproteiche sono pericolose per il cuore e i reni. Non è vero. Al contrario, sostituire le proteine ai carboidrati nella dieta fa praticamente bene al cuore.
Per esempio, uno studio pubblicato recentemente contraddice la teoria che le diete iperproteiche possano favorire le patologie cardiache. I risultati di una ricerca durata 14 anni e svolta su oltre 80.000 donne hanno indicato che un menù ricco di proteine animali e vegetali potrebbe addirittura ridurre il rischio di disturbi cardiaci. I ricercatori presso la Harvard Medical School hanno scoperto che le donne che assumevano le quote proteiche più alte avevano il 26% di probabilità in meno rispetto a quelle che mangiavano la quantità minore di proteine di sviluppare un’ischemia cardiaca (IHD).
L’IHD si verifica quando al cuore arriva una quantità insufficiente di sangue e di ossigeno, spesso a causa della formazione di depositi di grassi nelle arterie cardiache. La carne e i latticini, come anche certi oli vegetali come gli oli di cocco e di palma, sono le principali fonti di grassi saturi alimentari. Poiché i grassi saturi alzano i livelli ematici di LDL, si è pensato che le diete ricche di prodotti animali possano promuovere l’ischemia cardiaca.
Lo studio di Harvard rifiuta fermamente questa idea. Inoltre, le ricerche precedenti hanno mostrato che le diete ricche di carboidrati riducono l’HDL, il colesterolo “buono” che si ritiene aiuti a proteggere il cuore dalle malattie.
La sostituzione di alcuni di questi carboidrati con le proteine serve ad elevare l’HDL.
Per quanto riguarda le diete iperproteiche e i vostri reni, non c’è alcuna informazione documentata che le diete iperproteiche arrechino qualche problema renale in persone normali e sane. D’altra parte, le diete iperproteiche possono essere dannose per coloro che già presentano un rilevabile grado di compromissione dei reni.

Diventare una macchina brucia-grassi

A differenza di una dieta ricca di carboidrati che può lasciare il corpo flaccido e senza tono muscolare, la Dieta Metabolica massimizza la produzione e l’impiego dei 3 Grossi Ormoni del corpo (testosterone, ormone della crescita ed insulina) per rassodarvi e lo fa naturalmente.

Inoltre sposta il metabolismo corporeo da quello di una macchina che brucia gli zuccheri e produce grassi a quello di una macchina brucia-grassi.
Una persona che segue la Dieta Metabolica può ritrovarsi doppiamente fortunata con un corpo che prende tono muscolare e al tempo stesso brucia sia i grassi introdotti con l’alimentazione sia quelli dei depositi adiposi.
La Dieta Metabolica sottolinea l’approccio alimentare con una quantità maggiore di grassi, elevate proteine, pochi carboidrati ma offre anche variazioni di questa dieta per andare incontro a quelle persone che non impiegano i grassi altrettanto efficacemente e necessitano di una quantità maggiore di carboidrati nella propria alimentazione.

I grassi alimentari portano ad accumuli di adipe solamente nelle diete ipercaloriche che sono anche ricche di carboidrati. Ecco perché è la quantità di carboidrati nella dieta che determina se i grassi sono usati oppure immagazzinati.
Se i grassi sono impiegati correttamente come facciamo come si fa nella Dieta Metabolica possono essere il segreto per il dimagrimento e il modellamento di un fisico di cui potete essere fieri.

La Dieta Primitiva

L’uomo antico non era un erbivoro che storceva il naso davanti alla carne in favore dei vegetali che aveva a disposizione.
I moderni vegetariani spesso affermano che la loro dieta è la più naturale e antica tra
quelle note all’umanità.
Di fatto, le prove archeologiche indicano che i nostri arnesi primitivi erano utilizzati, perlomeno
in parte, per preparare le carni.4 In molte aree, la dieta di Fred e Wilma era composta quasi
interamente da prodotti animali. La predilezione esistente tuttora per la carne manifestata da
scimmie e scimpanzé, che sono i nostri cugini primati oggi, è un altro testamento della nostra
antica preferenza alimentare.
Esiste un buon motivo per tutta questa ingestione di carne. Si chiama sopravvivenza.
La carne è di gran lunga una fonte migliore di importanti aminoacidi rispetto ai vegetali ed è necessaria all’organismo.
È anche ricca di vitamine A, E e del complesso B. La vitamina B12, mentre è presente in abbondanza nella carne, non si trova nei prodotti vegetali. La carne rossa è piena
di ferro che si assorbe facilmente, a differenza del ferro presente in molte fonti vegetali.
Inoltre le carni rosse sono eccellenti fonti di potassio, zinco e magnesio. I grassi, una sostanza
i cui benefici saranno delineati nel corso di questo libro, sono inoltre prontamente assimilabili
nella carne e meno nella maggioranza dei vegetali.
Senz’altro la carne è una delle sostanze più nutrienti che ci siano sulla terra ed è stata tenuta
in grande stima dalle civiltà nel corso della storia. Ha perfino rivestito un grosso ruolo nelle
cerimonie religiose.
Quindi, quando parliamo di diete “naturali” o “primitive”, non parliamo delle abitudini alimentari
dei vegetariani. Parliamo di mangiatori tanto di vegetali quanto di carne che erano arrivati
a comprendere l’importanza della carne nella dieta quotidiana. La primissima dieta dell’umanità
consisteva probabilmente in larga misura di carne e di qualsiasi altra bacca o pianta commestibile che si poteva trovare. Dubito che ci fossero state porzioni sostanziali di carboidrati.
È stato solamente con lo sviluppo dell’agricoltura, niente altro che 10.000 anni fa, che si
vide un ampio cambiamento. In quasi 50 milioni di anni di esistenza prima di quel momento,
è probabile che l’uomo fosse stato carnivoro e si affidasse, in un grado o in un altro, alla carne
degli animali per la sopravvivenza.
Essenzialmente, una dieta basata sulla carne ha una forte somiglianza con la parte rigida,
chiamata Parte di Valutazione, della Dieta Metabolica. Tutto quello che abbiamo fatto
in questa fase delle Dieta Metabolica è prendere la dieta primitiva, che consiste di alimenti
animali e per lo più di vegetali ricchi di fibre, e trasportarla nell’età moderna, usando la
scienza di oggi per adattarla e perfezionarla per il massimo della salute, del fitness e dell’esteticadel fisico.
Nella Dieta Metabolica la quantità di grassi è altrettanto importante della loro qualità poiché usiamo l’aumento dell’assunzione del grasso per smuovere il vostro metabolismo. Perciò facciamo un impiego costruttivo dell’aumentodella quantità di grassi polinsaturi, monoinsaturi e saturi senza incorrere in alcuno dei potenziali effetti negativi.
I nostri antenati mangiavano carne in una certa misura per molte migliaia di anni e noi
siamo geneticamente predisposti a fare il massimo impiego di tutto quanto ha da offrire.
D’altra parte, abbiamo anche le capacità per mangiare e usare i vari tipi di alimenti vegetali.
Dopo tutto, il nostro processo evolutivo ci ha portato attraverso molte fasi alimentari
nelle quali tanto la carne quanto gli alimenti vegetali erano presenti nella nostra dieta in
varie proporzioni secondo uno spettro continuo con due estremi: le diete tutte di carne e
le diete completamente vegetali.
Se guardiamo il quadro generale e teniamo conto delle varie fasi dell’evoluzione umana, la
lezione da portare a casa quando discutiamo i modelli alimentari dei nostri antenati è che, per
le variazioni dei modelli alimentari, l’uomo è stato sottoposto ad un diverso processo evolutivo.
Come conseguenza di questo processo noi possediamo la capacità genetica di usare i
grassi, compresi i depositi corporei di adipe, come la nostra principale fonte energetica, una
capacità che non è utilizzata pienamente da quelli tra noi che oggi seguono diete ricche di
carboidrati.

Perche abbiamo bisogno dei grassi alimentari:
˙ I grassi provenienti da fonti animali e vegetali costituiscono una fonte concentrata
di energia per la dieta.
˙ I grassi apportano i costituenti fondamentali per le membrane cellulari, gli
ormoni e le prostaglandine, sostanze che mediano importanti processi chimici
nel corpo.
˙ I grassi sono necessari per una corretta assimilazione, scomposizione ed
impiego delle vitamine A, D, E e K nel corpo.
˙ I grassi sono necessari per la conversione del carotene in vitamina A e per
un mucchio di altri processi.
˙ I grassi sono molto saporiti, cosa che si aggiunge al generale piacere del
mangiare.

L’incidenza di malattie cardiache è aumentata drammaticamente nel sessantennio tra il 1910 e 1970, ma il rapporto dei grassi animali tradizionali nella dieta americana è calato dall’83% al 62% e il consumo di burro è caduto a picco da 8,1 kg annui per persona a 1,8 kg. Durante gli ultimi ottanta anni, la quota di colesterolo introdotto con l’alimentazione è aumentata solo dell’1%. Durante il medesimo periodo la percentuale di grassi vegetali alimentari sotto forma di margarina, grasso da pasticceria e oli raffinati è aumentata di circa il 400% e il consumo di zuccheri e alimenti raffinati solamente del 60% circa.
Uno sguardo alle tribù eschimesi che abitano le latitudini più a Nord della Groenlandia
attraverso il Canada fino all’Asia presenta diversi esempi calzanti di persone robuste che
godono di salute florida con diete iperlipidiche. Nonostante la loro dipendenza dai grassi
alimentari, sperimentano poche delle malattie alle arterie e al cuore che si pensano indotte
dai grassi alimentari.
Per esempio, gli eschimesi della Groenlandia si sono cibati di una dieta iperlipidica costituita principalmente di burro, formaggio, carne e pesce per la maggior parte della loro storia.
In effetti, gli alimenti grassi erano molto apprezzati. L’affitto della terra in alcune aree
era pagato con il burro. Ma nessuno cadeva di colpo a terra mentre andava a pagare il
padrone. Le malattie cardiache erano quasi sconosciute fino al momento, nei decenni
recenti, in cui la civilizzazione occidentale apportò cambiamenti alimentari alla loro
società.
Pressoché la stessa situazione è riscontrabile in Canada ed Alaska. In pratica, la dieta iperlipidica e la relativa buona salute degli eschimesi del Nord America sono state la base per
molte preziose ricerche che hanno esaminato i benefici per la salute dell’olio di pesce, del
quale parleremo in seguito in questo libro.
E non sono solamente gli eschimesi ad avere tratto benefici dai grassi alimentari. Gli “esperti”
della dieta ipolipidica devono essere veramente confusi per colpa dei Masai africani. I
maschi adulti di questo popolo dedito alla pastorizia e alla caccia, stanziato tra il Kenya e il
Tanganika, vivono seguendo una dieta costituita quasi esclusivamente di carne, latte.
Nonostante la loro dieta, i Masai possiedono un buon profilo del colesterolo e presentano
una ridotta incidenza di coronaropatie (CAD).
Poi c’è quel preoccupante “paradosso francese” che ha ricevuto tanta attenzione negli anni
recenti. I francesi sembrano non amare nient’altro quanto i grassi alimentari. Sono assai
orgogliosi della loro cucina da intenditori che impiega ingredienti come burro, formaggio, prosciutto, bacon, salsicce e una varietà di alimenti ricchi di grassi.
Nonostante tutti questi grassi, i francesi continuano ad evitare i diffusi problemi cardiovascolari
che abbiamo noi negli Stati Uniti d’America. I francesi possiedono una minore percentuale
di malattie alle coronarie rispetto ad ogni altra nazione occidentale. Negli Stati Uniti
d’America, ogni anno 315 uomini di mezza età su ogni 100.000 muoiono per infarto cardiaco;
in Francia il tasso è di 145 ogni 100.000. Nella regione della Guascogna, dove il fegato d’oca
e d’anatra rappresenta un piatto cardine nell’alimentazione, questo tasso è notevolmente
basso: 80 su 100.000.
Tutto questo ha sconvolto gli “esperti” della dieta ipolipidica, i quali sembrano equiparare i
grassi alimentari ad una morte precoce, ed ha portato ad un certo numero di studi in cui si
cerca di scoprire come mai i francesi non stiano morendo a destra e a manca per attacchi
cardiaci.
Molti osservatori si sono basati sulla voce che i composti fenolici (dotati di significative proprietà
antiossidanti) del vino rosso, amato dai francesi, possono essere responsabili del
cosiddetto “paradosso”. Penso che sia più probabile che l’assunzione ridotta di carboidrati
dei francesi sia almeno parzialmente responsabile. Ci sono molti meno zuccheri raffinati nell’alimentazione francese mentre lo zucchero è presente praticamente in ogni prodotto sul
mercato da questa parte dell’Atlantico. Di fatto, il consumo di carboidrati raffinati degli americani
è cinque volte quello dei francesi.
Una situazione simile sussiste in Spagna. Ecco una cultura dove fumare sigarette è all’ordine del giorno, la carne è il perno dell’alimentazione, la caffeina è trattata alla stregua dell’acqua e lo stile di vita quotidiano delle persone non è propriamente spartano. Eppure gli spagnoli sono tra i popoli europei più longevi. Il fatto che molti spagnoli bevano vino ad ogni pasto tranne che a colazione ed apprezzino un’alimentazione con abbondanza di pesce, può dirla lunga sulla loro longevità.
Anche i carboidrati sono inferiori rispetto alla quantità consumata dagli americani.
Chiaramente c’è qualcosa di sbagliato nelle teorie che leggiamo sulla stampa popolare (e che
sono solite spingere le vendite di miscugli “light” e alimenti a zero colesterolo). L’idea che i
grassi saturi di per sé stessi causino malattie cardiache oltre ai tumori non è solamente superficiale, ma è proprio completamente sbagliata.
È un compito assai difficile rintracciare tutti i fattori coinvolti nelle variazioni culturali della salute,
ma è certo che le differenze nel consumo dei carboidrati e il tipo di grassi, quali gli acidi
grassi trans, nella nostra dieta rivestono un ruolo maggiormente importante in queste variazioni
rispetto a quanto si sospettava nel passato. Tuttavia, potete stare certi che la lobby contro
i grassi continuerà a cercare alternative all’ovvio nella sua continua campagna per discreditare
qualsiasi forma di grasso alimentare.

La passione per i carboidrati raffinati prese campo solamente all’inizio del XX
secolo. Le bevande a base di cola erano nelle prime file del movimento (prima di allora eravamo, piuttosto saggiamente, forti bevitori di acqua) e i prodotti con farina bianca raffinata e
zucchero, che adesso imperversano nella nostra alimentazione, vennero introdotti solamente
all’inizio dello stesso secolo.

Prima di allora lo zucchero era proibitivamente costoso per la maggioranza delle persone.
Non sorprende che in grosse fette della nostra società, prima di quel periodo, in pratica non
si era mai sentito parlare di malattie cardiache.
Nel frattempo, durante il XX secolo, è stato fatto molto per allungare in generale la durata
della vita. L’aspettativa di vita all’inizio del XX secolo era solamente di 50 anni, ma da allora
è aumentata di oltre 20 anni. Molti hanno assegnato il merito ai miglioramenti nell’alimentazione
e nello stile di vita, ma si dimentica spesso che l’incidenza dei decessi tra i bambini di
età inferiore ai 16 anni è calata notevolmente durante il XX secolo.
Un programma nazionale di vaccinazioni per le malattie e progressi nel campo medico della
pediatria e delle cure perinatali ha diminuito tantissimo il tasso di mortalità dei bambini dalla
nascita all’adolescenza. Quando si prendono in considerazione queste cifre e le si sommano ai
progressi della medicina per gli adulti, l’aumento della vita media non sorprende più di tanto.
Il fatto è che non siamo tanto sani e in forma quanto erano molti dei nostri antenati. La nostra
società è fuori forma. L’invenzione della televisione, uno stile di vita sempre più sedentario,
l’avanzamento della tecnologia, l’economia basata sui servizi, la mancanza di attività fisica e
altri cambiamenti nel modo in cui viviamo si sono combinati per dare vita ad una società con
una vera crisi per quanto riguarda lo stato di fitness.
Non c’è dubbio che la nostra alimentazione carica di carboidrati del XX secolo ha avuto il suo
peso nella nostra mancanza di fitness. Quando mangiate uno di quei pasti ricchi di carboidrati
e pieni di amidi, zuccheri e frutta, la vostra glicemia sale rapidamente. A quel punto il
vostro corpo deve prendere una decisione: quanto di quello zucchero sarà utilizzato per ricavarne energia immediata e quanto verrà immagazzinato per essere usato in un secondo
momento?

L’insulina.

Ecco dove entra in scena l’“insulina”. L’insulina è un ormone importantissimo per il ruolo che
riveste nell’apportare energia al nostro corpo. È anche importantissimo per il controllo del
peso e della percentuale di adipe.
Quando la glicemia sale dopo un pasto, l’insulina viene secreta dal pancreas. Convertirà
parte del glucosio (zucchero) in un amido chiamato glicogeno, che viene immagazzinato nei
muscoli e nel fegato per le future esigenze energetiche. Però, se tutte le aree di deposito del
glicogeno sono piene e c’è una quantità maggiore di glucosio che rimane nel sangue rispetto
alle esigenze del corpo, l’insulina converte l’eccesso in trigliceridi. I trigliceridi sono la principale
componente dell’adipe. Di conseguenza, quando mangiate uno di quei pasti ricchi di
carboidrati, probabilmente immagazzinerete una buona parte su quei rotoli di grasso dei fianchi o della pancia.

Qualora l’insulina sia cronicamente elevata oppure salga e scenda come uno yo-yo, come accade quando vi dedicate a quei pasti con abbondanza di carboidrati, allora diventa un ormone lipogenico (ossia che induce la produzione di grasso) estremamente potente. Inizia a fare depositare nel corpo tutti i tipi di grasso. Ne consegue l’obesità e non c’è dubbio che essere obesi aumenti notevolmente le vostre probabilità di andare incontro ad una patologia cardiaca.

L’obesità con il grasso viscerale, nella quale l’accumulo di grasso è predominante nella cavità
intra-addominale (con il risultato dell’addome a botte che si vede comunemente) è più di frequente
accompagnata da patologie del metabolismo del glucosio e dei lipidi e anche dall’ipertensione
che dall’obesità con adipe sottocutanea (il grasso che si può vedere). Uno studio
ha indicato che l’obesità con grasso viscerale era presente in quasi il 90% dei pazienti con
coronaropatia.
Il consumo cronicamente elevato di carboidrati può perfino ridurre la motivazione e danneggiare
il vostro umore e la disposizione d’animo in generale. Come vedremo in seguito, questo
può anche avere un effetto grave sull’attività fisica in generale e sullo stile di vita.

D’altra parte, alcune persone hanno bisogno dei carboidrati più di altre per funzionare con la
massima efficienza. La Dieta Metabolica è abbastanza flessibile da adattarsi a chiunque,
indipendentemente dal fabbisogno soggettivo di carboidrati. Questo perché è ideata per titolarvi
fino al valore più basso dei carboidrati che avete necessità di assumere con la dieta per
mantenere il massimo dell’efficienza non sacrificando, al tempo stesso, alcuno dei suoi effetti
anabolici e dimagranti.
Perfino nella forma più semplice della Dieta Metabolica, quale è la Fase di Valutazione, c’è
spazio per quantità maggiori di carboidrati da introdurre con l’alimentazione. Programmando
e manipolando il ruolo dei carboidrati nella dieta, possiamo determinare in quali momenti
avvengono le tempeste ormonali in maniera da ricavarne il massimo effetto per il dimagrimento,
per il modellamento e la tonificazione generale del corpo. Poi, prima che l’insulina
possa iniziare a rappresentare un problema per l’adipe, togliamo via i carboidrati. È semplicissimo, ma incredibilmente efficace.
Seguendo la Fase di Valutazione della dieta insegniamo al nostro corpo come bruciare efficacemente tanto i grassi introdotti con l’alimentazione quanto l’adipe.
Questa lezione non è dimenticata neppure in coloro per i quali i carboidrati devono essere aumentati per la massima efficienza. Ecco perché l’incremento dei carboidrati viene titolato attentamente, salendo da livelli bassi durante la Fase di Valutazione della dieta finché non sono raggiunti i massimi effetti, e non oltre quelli.

Malattie cardiache e alimentazione

Quando si prendono in considerazione i grassi alimentari, è importante ricordare che essi
sono in pratica parte integrante dell’alimentazione di una persona sana. Alcune persone ne
hanno ridotto l’assunzione a niente altro che un 5-10% della propria alimentazione e questo
può avere gravi ripercussioni sullo stato generale di salute.
Il fatto è che ridurre l’assunzione di grassi al 20% o anche meno è insensato. Molte persone
ritengono che meno sono i grassi nell’alimentazione, più sana sarà l’alimentazione stessa.
Non comprendono che alcuni grassi sono assolutamente indispensabili per la salute.
Neppure conoscono la differenza tra grassi che fanno bene e grassi che fanno male.
La Dieta Metabolica è flessibile
Per di più viene raramente capito che una dieta ipolipidica può addirittura aumentare la probabilità di malattie cardiovascolari in quanto la riduzione dei grassi alimentari può incidere in maniera negativa sui lipidi del sangue quali i trigliceridi e l’HDL, come vedremo più avanti, e
sulla fondamentale quota di acidi grassi essenziali che è necessario assumere.
Gli acidi grassi insaturi omega-3 e omega-6 sono chiamati acidi grassi essenziali, o anche
EFA, perché, sebbene siano importantissimi, il corpo non riesce a sintetizzarli, almeno non ci
riesce nella forma in cui si trovano. Per una buona salute è necessario un equilibrio tra acidi
grassi omega-3 e omega-6. Gli acidi grassi omega-3, con una catena di carbonio più lunga
(sono presenti negli oli di pesce), sono le sostanze che sembrano proteggere gli eschimesi,
i quali osservano una dieta iperlipidica, dalle malattie cardiovascolari. Come discuteremo
approfonditamente in seguito, sono il cardine per la prevenzione delle malattie cardiache e
dell’aterosclerosi (accumulo di colesterolo nelle arterie).
Secoli fa ricavavamo molti acidi grassi omega-3 dalle piante selvatiche, dal pesce e dalla selvaggina.
Oggigiorno, poiché gli alimenti ricchi di omega-3 sono facilmente deperibili, vengono
evitati dalle industrie alimentari. Il problema è che la famiglia dei grassi polinsaturi, e in
particolare gli omega-3, sono instabili. Con il loro doppio legame di carbonio, questi acidi
grassi hanno la tendenza a polimerizzare – vale a dire, a legarsi l’uno con l’altro e con altre
molecole. Inoltre si irrancidiscono facilmente (i grassi rancidi contengono sostanze chimiche
chiamate perossidi e aldeidi che possono danneggiare le cellule e fare ostruire le arterie con
il colesterolo) quando sono sottoposti a calore, all’ossigeno e all’umidità, come nel caso della
cottura e della lavorazione.
A causa di questa instabilità, gli alimenti fritti, la margarina, i grassi da pasticceria e gli oli
vegetali ricchi di acidi grassi idrogenati (e altri prodotti nocivi dell’idrogenazione) e gli acidi
grassi omega-6, talvolta distruttivi, hanno preso il loro posto e il risultato è stato un impetuoso
rialzo delle malattie cardiovascolari.
La nostra alimentazione è piena di acidi grassi polinsaturi, nella misura di circa il 10-30% del
totale calorico assunto; gran parte di questi grassi polinsaturi sono sotto forma di acido linoleico
omega-6. In ogni caso contengono una quantità molto bassa dell’indispensabile acido
linolenico omega-3. Ricerche recenti hanno rivelato che troppi omega-6 nella dieta possono
interferire con gli enzimi che producono acidi grassi ipersaturi a catene più lunghe, precursori
delle importanti prostaglandine. Queste ultime sono ormoni tessutali localizzati che dirigono
molti processi a livello cellulare. Quanto la produzione di prostaglandine è compromessa
da un eccesso di omega-6 nell’alimentazione, abbinato ad una grave scarsità di omega-3,
possono verificarsi seri problemi, per esempio infiammazione, ipertensione, irritazione dell’apparato
digerente, depressione delle funzioni immunitarie, sterilità, proliferazione cellulare,
cancro ed aumento ponderale.
Al contrario, i grassi saturi alimentari contribuiscono ad un’utilizzazione ottimale degli acidi
grassi essenziali. Perciò, sebbene non siano chiamati essenziali, i grassi saturi sono assolutamente
necessari nella dieta, non solo per il ruolo giocato nel miglioramento dell’utilizzazione
degli EFA, nell’apportare velocemente l’energia e per le loro caratteristiche di potenziamento
del sistema immunitario, ma anche per le importanti vitamine che veicolano.

Inoltre, per quanto molte persone possono preoccuparsi dell’aggiunta di grassi saturi in una
dieta iperlipidica, è probabile che il grasso extra non contribuisca al danno delle arterie perché
in caso di perdita di peso corporeo e/o di adipe apporta energia in un contesto di deficit
calorico. In breve, i grassi alimentari addizionali sono consumati a scopi energetici piuttosto
che contribuire all’accumulo di colesterolo nelle arterie.
Allo stesso modo ci si aspetterebbe che smaltire il grasso corporeo con una dieta diminuirebbe
la gravità dell’aterosclerosi conclamata. Sebbene occorrano ancora molte altre ricerche
relative a questo argomento, sembra probabile che diventare una “macchina brucia-grassi”
abbia un impatto assai positivo sulla salute cardiovascolare.
Inoltre numerosi studi hanno mostrato che certi tipi di grassi, incluso l’acido oleico, un grasso
monoinsaturo (presente nell’olio di oliva e anche nella carne rossa) e gli acidi grassi polinsaturi,
come l’acido alfa-linolenico e l’acido linoleico, in realtà abbassano il colesterolo sierico e
l’LDL. Dovremmo anche comprendere che i grassi saturi non fanno tutti male. Certi grassi saturi
(come l’acido stearico il quale, insieme con l’acido palmitico costituisce gran parte dei grassi
saturi contenuti nel manzo) ha un effetto minimo sul colesterolo sierico e non aumenta l’LDL.
Di fatto, in alcuni studi, è stato dimostrato che l’acido stearico abbassa i livelli di LDL, e il motivo
potrebbe essere che che l’acido stearico, il quale rappresenta circa la metà dei grassi saturi
della carne, è prontamente convertito nel corpo in un acido grasso monoinsaturo.9
Per riassumere, il consenso generale sembra vertere sul fatto che gli acidi grassi saturi con
una catena con un numero basso di molecole di carbonio come l’acido laurico (12 molecole
di carbonio), l’acido miristico (14 molecole di carbonio) e perfino l’acido palmitico (16 molecole
di carbonio) possono avere un effetto negativo sui valori del colesterolo sierico e l’acido
stearico è relativamente neutro,10, 11 a meno che non sia consumato in grosse quantità. In tal
caso, può ridurre tanto l’LDL quanto l’HDL.12 D’altra parte, studi recenti hanno indicato che i
grassi saturi possono avere alcuni effetti positivi. Per esempio, in uno studio effettuato sui
ratti, una dieta con acidi grassi saturi ha ridotto l’entità del danno intestinale causato da un’intensa
irradiazione.
Non è neanche vero che gli acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi migliorino il profilo lipidico,
come si ritiene. Ad esempio, sembrano esserci differenze tra i vari isomeri degli acidi grassi
e i trans isomeri dell’acido oleico, che si trovano negli oli vegetali parzialmente idrogenati, tendono
ad elevare il colesterolo sierico.
Sebbene i pro e i contro dei vari grassi e del loro effetto sui lipidi sierici siano ancora alquanto
controversi, dovremmo pur sempre essere consapevoli che può fare male anche un’alimentazione
iperglucidica.
La dieta iperglucidica non e poi una gran meraviglia!
Da molti anni sono scettico nei confronti della dieta iperglucidica come “una panacea per tutti
i mali”. La Dieta Metabolica è un esempio perfetto di quello che penso delle diete iperglucidiche.
È una dieta che vi aiuta a trovare la quantità minima di carboidrati che vi occorre per funzionare
in maniera ottimale.
La dieta iperglucidica 15
In altri termini, arrivate a consumare quel tanto di carboidrati di cui avete effettivo bisogno e
non di più. Solamente controllando i carboidrati che introducete con l’alimentazione potete
raggiungere l’apogeo della massa muscolare e ridurre ai minimi termini il grasso corporeo.
Purtroppo questo semplice fatto deve ancora diffondersi tra le masse e pertanto predomina
ancora la dieta iperglucidica. È un peccato perché è la dieta che ha fatto il suo tempo ed è
solamente per ignoranza che viene costantemente fatta risorgere.
OK, allora la dieta iperglucidica non è probabilmente la dieta migliore per chi pratica un’attività
fisica e vuole migliorare il proprio aspetto e la propria performance. Ma tutti i tipi di studio
hanno mostrato che la dieta iperglucidica è la migliore alimentazione per un cuore sano,
giusto? A dire il vero non è giusto nemmeno quello. E studi recenti indicano proprio quanto
poco salutare possa essere una dieta iperglucidica. L’esempio più recente è uno studio pubblicato
sul Journal of Cardiology.
Secondo questo studio, sostituire i grassi saturi con i carboidrati non offre gli effetti positivi
che gli esperti si aspettavano. Alcuni ricercatori guidati dal Dr. Gerald Reaven, presso la
Scuola di Medicina della Stanford University, hanno studiato le conseguenze di una dieta
iperglucidica e ipolipidica su otto volontari sani.
Essi hanno trovato che una dieta iperglucidica e ipolipidica comportava maggiori valori ematici
di certi trigliceridi e minori di HDL. I valori elevati di trigliceridi possono pure aumentare il
rischio di attacchi di cuore e altri problemi di salute che si assommano, fino in fondo, a potenziali
problemi cardiaci.
Un altro studio ha scoperto che in soggetti bianchi di mezza età e anche più anziani, un valore
elevato di trigliceridi nel sangue potrebbe significare un maggiore rischio di infarto cardiaco.
Gli autori hanno ritenuto che valori alti di trigliceridi nel sangue dovrebbero essere considerati
un fattore di rischio indipendente per l’infarto cardiaco.15
Nello studio, gli uomini con i valori più alti di trigliceridi avevano più del doppio di probabilità
di incorrere in un infarto cardiaco in confronto a coloro che presentavano i valori più bassi.
Una quantità eccessiva di trigliceridi ematici viene detta ipertrigliceridemia, la quale è correlata
al verificarsi, in alcune persone, di un infarto cardiaco. Ciò sembra dovuto al fatto che
livelli elevati di trigliceridi possono influenzare il volume, la distribuzione della densità e la
composizione del colesterolo LDL, portando a particelle di LDL più piccole e più dense, le
quali con maggiore probabilità promuovono l’ostruzione dei vasi sanguigni ed innescano l’infarto
cardiaco. Gli studi hanno anche rilevato che la famosa dieta ipolipidica e iperglucidica
comporta un incremento dei trigliceridi e un abbassamento dell’HDL, una doppia iettatura che
aumenta il rischio di problemi cardiaci.

Gli zuccheri raffinati sono i peggiori!
L’uso di zuccheri raffinati è addirittura peggiore, soprattutto nella popolazione sedentaria tra
la quale l’essere sovrappeso è il principale problema di tipo nutrizionale. Un notevole carico
glicemico porta all’iperglicemia, all’ipertrigliceridemia ed a concentrazioni basse di colesterolo
HDL, soprattutto nelle persone con un qualche grado di resistenza insulinica non conclamata.
Il consumo di carboidrati ad alto indice glicemico (per esempio, un pasto composto da patatine
fritte e Coca-Cola) è associato ad un aumento del rischio di sviluppare il diabete di tipo
2 in uomini e donne. Ancora, un carico glicemico elevato è stato collegato ad un aumento
del rischio di infarto miocardico.
Quale genere di dieta e la migliore?
Ovviamente non esiste una parola che metta fine alla disputa su quale genere di dieta sia
migliore per ridurre i fattori di rischio cardiovascolare e c’è un pressante bisogno di studi futuri
per chiarire l’argomento, ossia se le diete ipolipidiche e iperglucidiche facciano più male che
bene in riferimento allo sviluppo delle coronaropatie.
Quello che è chiaro, comunque, è che una dieta con una quantità moderata di grassi e con
meno carboidrati è un’alternativa che può avere davvero un certo valore e rivelarsi utile nella
cura e nella prevenzione delle malattie cardiovascolari. Quello che è chiaro è che in alcuni
gruppi un’alimentazione povera di grassi e ricca di carboidrati può avere implicazioni significative
per la salute e può essere controproducente. La conclusione qui è che, nella nostra
società, dovremmo ripensare allo slogan “tanti carboidrati fanno bene” ed iniziare a dare retta
ai fatti.
Qualunque sia il caso, poiché il quadro sui vari generi di grassi saturi e sui loro effetti per i
lipidi del sangue è tuttora controverso, vi esorto a stabilire un equilibrio perfetto tra gli acidi
grassi essenziali omega-3 e quelli omega-6, a consumare gli acidi grassi monoinsaturi (dei
quali è stato dimostrato che migliorano i lipidi sierici in ogni maniera) e certi tipi di acidi grassi
saturi nella Dieta Metabolica come un modo per ridurre qualsiasi preoccupazione per gli
effetti sull’apparato cardiovascolare.
Attivita fisica e colesterolo
Come saprete, l’attività fisica può influenzare in maniera favorevole molti fattori associati all’aterosclerosi,
compreso il colesterolo, la pressione sanguigna e la tolleranza al glucosio. In uno
studio effettuato su 3000 uomini, è stato rilevato che il fitness fisico è correlato in maniera
positiva al peso corporeo, all’adipe e ai valori sierici di colesterolo, trigliceridi, glucosio e della
pressione sanguigna sistolica. In un altro studio svolto con quasi 3000 donne, è stata scoperta
una simile relazione inversamente proporzionale tra il fitness fisico e i fattori di rischio
per le patologie alle arterie coronarie.
È stato dimostrato che l’attività fisica è una delle maniere più efficaci per controllare il colesterolo
e funziona perfino se non perdete peso. È il messaggio di uno studio della Duke
University Medical.

Quale genere di dieta e la migliore?

Questo è il primo studio a dimostrare che la sola attività fisica, indipendentemente dal calo
ponderale o dai cambiamenti nell’alimentazione, può ridurre il rischio di malattie cardiache.23
Gli autori hanno trovato che in sette soggetti obesi, tanto uomini quanto donne, l’attività fisica
ha comportato una riduzione media dell’LDL e un incremento dell’HDL.
La conclusione è che l’attività fisica vi fa bene anche se non calate di peso. D’altronde, se
svolgete un’attività fisica, calate di peso e smaltite l’adipe, i benefici per la salute saranno
ancora migliori. Nell’insieme, l’attività fisica e un giusto equilibrio di grassi dovrebbero trovare
posto in ogni dieta corretta e in ogni approccio alla salute cardiovascolare. Entrambe le
cose rivestono un notevole ruolo nella Dieta Metabolica. Di conseguenza, in questo libro
viene presentato un programma di esercizi strutturato proprio per la Dieta Metabolica.

Tumori e dieta

Come se non fosse già grave che la responsabilità delle coronaropatie è stata gettata sui
grassi alimentari mentre la connessione con i carboidrati è passata inosservata, i grassi sono
diventati anche i principali indiziati per il tumore del colon, della mammella e della prostata.
In queste affermazioni c’è ancora meno validità di quella sul collegamento tra i grassi alimentari
e le patologie cardiache.
Di fatto, un certo numero di studi getta dubbi su qualunque connessione tra grassi alimentari
e tumori. Recenti ricerche sul tumore del colon non hanno trovato alcuna correlazione tra il
consumo di carne rossa o i grassi totali o i grassi saturi e i tumori.24 Un altro studio ha indicato
che le prove esistenti secondo le quali si collegano i grassi con il tumore alla prostata
non dimostrano nulla. Similmente, svariati studi che hanno esaminato il legame tra quota di
lipidi assunti e il tumore mammario non hanno trovato che pochi fondamenti su cui basare
tale connessione.
Recenti studi su animali hanno indicato che può essere l’introito calorico totale, e non i grassi
alimentari, la causa del tumore mammario. Lo sviluppo dei tumori pare dipendere da
una complessa interazione tra l’energia assunta (le calorie), l’energia spesa (l’attività fisica),
l’energia trattenuta dal corpo (il grasso corporeo di contro alla massa magra) e il volume corporeo.
In effetti, uno studio ha dato la prova che i grassi alimentari possono in pratica ridurre
la crescita dei tumori.
Altri studi hanno identificato il grasso corporeo e il peso complessivo, e non i grassi alimentari,
come i principali responsabili del tumore alla prostata, e alla mammella. Un altro
studio ha visto l’alcol come l’implicato principale ed afferma che il legame tra consumo di
grassi e tumore mammario, anche se una volta era ritenuto importante, è adesso dubbio.36
Essendo la Dieta Metabolica capace di ridurre con successo il grasso corporeo mentre la
dieta iperglucidica e con sbalzi insulinici tanto portata a farlo accumulare, potremmo essere
più saggi ed iniziare a passare parte del tempo e a spendere parte del denaro delle nostre
ricerche investigando la relazione tra carboidrati e tumori invece che prendersela tanto con il
solito capro espiatorio, i grassi alimentari.

Resistenza e sensibilita all’insulina

Se conoscete l’ambiente dello sport e del fitness negli ultimi anni, avete sentito parlare molto
della sensibilità e della resistenza all’insulina. In pratica questi termini indicano la capacità di
una certa quantità di insulina di riuscire a fare entrare il glucosio nelle cellule muscolari e in
altre cellule. Se la resistenza è elevata, allora occorre una quantità maggiore di insulina per
avere il medesimo effetto qualora la resistenza all’insulina fosse bassa. Inoltre si suppone che
la risposta insulinica al glucosio valga pure per gli aminoacidi e i grassi. È probabilmente così
perché lo si è visto in alcuni studi, ma siamo ben lontani dall’averlo dimostrato una volta per
tutte come universalmente valido. L’insulina e i suoi effetti, e il concetto della resistenza all’insulina,sono argomenti importanti e rilevanti per la nostra discussione dei benefici della Dieta Metabolica. Essendo così importanti, ho deciso di trattare dettagliatamente gli argomenti e
pertanto la discussione può essere un po’ troppo tecnica. Se sono concetti nuovi per voi, vi
consiglio di dare una scorsa alle circa sette pagine successive e poi, se siete interessati, leggere di nuovo la sezione più dettagliatamente in un altro momento.
L’insulina è l’ormone responsabile del passaggio del glucosio e di altre sostanze nutritive
all’interno di varie cellule del corpo umano. Anche se l’apporto di energia alle cellule sotto
forma di glucosio (ossia gli zuccheri in circolo nel sangue) è un’importante funzione dell’insulina,
essa svolge molti altri ruoli.
Studi recenti hanno mostrato che l’insulina è coinvolta in funzioni metaboliche cruciali comprese
le seguenti:
˙ L’insulina riveste un ruolo centrale nel controllo della scomposizione, formazione ed utilizzazione
dei grassi, sia quelli introdotti con l’alimentazione sia quelli corporei. Un’eccessiva
secrezione di insulina e/o la resistenza all’insulina ha implicazioni con la genesi del peso, l’accumulo
di adipe e l’obesità.
˙ L’insulina inibisce la scomposizione dei grassi e l’agglutinazione delle piastrine nel sangue.
In presenza di una resistenza all’insulina, la combinazione di livelli alterati di lipidi nel sangue
(dislipidemia), l’aumento dello spessore delle piastrine (iper-aggregazione) e l’inibizione dello
scioglimento dei coaguli di sangue (anti-fibrinolisi) possono influenzare negativamente le
dinamiche del flusso arterioso e, come tale, aumentare negativamente l’incidenza di coronaropatie
e colpi apoplettici.
˙ Le prove preliminari indicano che livelli elevati di insulina (iperinsulinemia) di per sé possono
essere pro-ossidanti (causano un danno ossidativo – è l’opposto di antiossidante) e perciò
aumentare il danno dei radicali liberi ai tessuti del corpo, accelerando l’invecchiamento.
˙ L’insulina riveste un ruolo nel mediare la termogenesi indotta dalla dieta, la quantità di energia
che è rilasciata in seguito alla digestione e all’assorbimento degli alimenti. Perciò, la resistenza
all’insulina può essere implicata in una termogenesi difettosa come quella che si
osserva nel diabete. La diminuzione della termogenesi può portare, tra le altre cose, ad un
aumento del peso corporeo e dell’adipe.
• Nei reni, l’insulina risparmia il sodio e l’acido urico evitando che vengano escreti. Negli stati
di iperinsulinismo cronico, questi effetti possono contribuire all’ipertensione e ad una quantità
elevata di acido urico nel sangue (iperuricemia) e, di conseguenza, alla gotta.
• L’insulina aumenta l’eccitabilità (iperpolarizzandole) delle membrane plasmatiche tanto dei
tessuti eccitabili quanto di quelli non eccitabili e, per questo, può portare o contribuire a gravi
problemi cardiovascolari o di altra natura, tra i quali ipotensione e ipertensione, vertigini,
tachicardia o bradicardia, irregolarità del battito cardiaco (aritmie) e insufficienza cardiaca.
• Infine, attraversando la barriera emato-encefalica, l’insulina esercita una notevole quantità
di altri effetti centrali, che nell’insieme assomigliano ad una reazione da stress.

I soliti sospetti

Una persona con una resistenza all’insulina possiede cellule che rispondono lentamente all’azione dell’insulina. Dopo un pasto, questa persona ha la glicemia elevata che a sua volta
segnala che deve essere rilasciata ancora più insulina dal pancreas finché il glucosio è assorbito dalle cellule. L’effetto risultante è che per una data dieta e un certo valore della glicemia, in qualcuno che è resistente all’insulina è presente un valore più alto rispetto a qualcuno che non lo è.
Ma l’insulina è responsabile anche dello spostamento dei grassi e degli aminoacidi all’interno
delle varie cellule. La lentezza nel muovere queste sostanze nutritive possiede un certo
numero di implicazioni. Per esempio, una mancanza relativa di insulina può ostacolare gli
effetti anabolici dell’attività fisica (ne parleremo più approfonditamente in un capitolo successivo).
Pertanto, le persone con una resistenza all’insulina hanno spesso i trigliceridi alti.
Poiché i trigliceridi elevati coincidono di solito con un HDL basso, entrambi rappresentano fattori
di rischio per le patologie cardiovascolari.
Tutto considerato, la resistenza all’insulina, o insensibilità, pare essere uno dei nostri mali
nascosti. Molti di noi ne soffrono in una misura o in un’altra, e può diventare clinicamente
importante con l’invecchiamento e l’aumento di peso corporeo. Un aumento della resistenza
all’insulina ci colpisce ad un livello molto basilare influenzando come utilizziamo gli alimenti
ingeriti. Ad una estremità della scala, la resistenza all’insulina può avere come conseguenza
un seccante incremento di peso e di adipe, mentre all’altra estremità può portare al diabete
(di tipo II) a insorgenza nella maturità, una malattia che, nel Nord America, colpisce oltre 15
milioni di persone.
Il fatto che un soggetto resistente all’insulina possa non diventare diabetico non significa che
non soffra per gravi sintomi e patologie. I segni e i sintomi tipici della resistenza all’insulina
sono affaticamento, tanto dopo i pasti quanto in genere per tutto il giorno e soprattutto la
notte, incrementi di peso e di adipe, aumento della pressione sanguigna, del colesterolo e
magari una sensazione generale di indisposizione. Una resistenza all’insulina persistente
mette in moto una serie di eventi che rivestono un ruolo importante nello sviluppo di ipertensione, ictus, coronaropatie e diabete a insorgenza nella maturità.
Pertanto la sindrome da resistenza all’insulina può preparare il terreno a malattie ben più
gravi. La sindrome è caratterizzata da sei caratteristiche: resistenza all’insulina, intolleranza
al glucosio, livelli abnormemente elevati dell’insulina, trigliceridi elevati, HDL basso
e ipertensione.

Essere piu sensibili e un bene
È stato mostrato che l’ipertensione e l’HDL basso spiegano circa la metà del rischio di malattie
cardiovascolari, superiore alla norma, dei diabetici. In uno studio è stato anche mostrato
che l’elevazione dell’insulina sembra predisporre ai coaguli di sangue. Questa conclusione
può spiegare perché i diabetici siano talmente predisposti ad infarti cardiaci ed ictus dato che
circa il 75% delle persone con il diabete di tipo II, o diabete a insorgenza nella maturità, il tipo
più comune, muore per infarto o ictus.
Uno studio del 1999, pubblicato sul Journal of the American Medical Association, è stato organizzato per determinare il ruolo di valori elevati dell’insulina in questo aumento di suscettibilità.
I ricercatori hanno studiato circa 3000 persone arruolate nel Framingham Offspring Study,
un esame a lungo termine dei fattori di rischio per le malattie cardiovascolari. Tra i partecipanti
c’erano diabetici, persone in una situazione pre-diabete e non diabetici. È interessante
che gli autori di questo studio abbiano trovato che i non diabetici con un’insulina elevata, e
quelli nella situazione pre-diabete, avevano valori alti dell’antigene PAI-1, una sostanza chimica
che pregiudica la capacità del sangue di sciogliere i coaguli.
Era interessante anche che, nella situazione più comune di pre-diabete, nella quale c’è un’intolleranza al glucosio ma la persona non è considerata diabetica, sia l’insulina che i valori dell’antigene PAI-1 erano perfino più alti di quelli riscontrati nei diabetici. Se la persona è clinicamente diabetica, incline al diabete, o forse anche una di quelle con una resistenza insulinica dipendente dallo stile di vita, un effetto della resistenza all’insulina è rendere il sangue
meno capace di dissolvere i coaguli.
In base alle loro conclusioni, i ricercatori suggeriscono che l’attività fisica, che rende il
corpo più ricettivo agli effetti dell’insulina, potrebbe migliorare la capacità di una persona
di dissolvere i coaguli di sangue e magari ridurre il rischio di patologie cardiovascolari. I
risultati di questo studio si vanno ad aggiungere ad un corpo crescente di prove che convalidano l’affermazione che la resistenza all’insulina contribuisce ad aumentare il rischio
di patologie cardiache.

Gli altri vantaggi

Oltre agli importanti vantaggi per la salute dell’apparato cardiovascolare, aumentare la sensibilità all’insulina aiuta anche a sviluppare la massa muscolare e a ridurre l’adipe. Ecco perché, pur se l’insulina è un potente ormone anabolico e anticatabolico, deve essere domata e
controllata in maniera che comporti anche una diminuzione dei depositi adiposi e un’incentivazione del loro impiego a scopi energetici. Questo libro offrirà informazioni approfondite su come tenere sotto controllo la resistenza all’insulina.

Perche accade?
Quantunque la resistenza all’insulina sia diffusissima, non è poi tanto difficile aumentare la
sensibilità verso di essa. Purtroppo pur possedendo un’idea di ciò che causa la resistenza
all’insulina e quali misure possono essere prese per curarla, siamo ben lontani dall’avere il
quadro completo della situazione.
Per esempio, studi recenti hanno indicato la citochina TNFa (il fattore alfa di necrosi tumorale)
come un legame molecolare fondamentale tra l’obesità e la resistenza all’insulina.
Nell’obesità, gli adipociti iniziano a sintetizzare e a secernere la TNFa, la quale interferisce
con l’azione dell’insulina inibendo l’attività della tirosin-chinasi del recettore insulinico.
Le indagini stanno adesso cercando di determinare il segnale di trasduzione e altre vie attraverso
le quali la TNFa, attraverso i suoi recettori, inibisce l’attività dei recettori insulinici e ha
come risultato conseguenti cambiamenti metabolici. Quando si andranno scoprendo altri dati,
molte più tessere del puzzle troveranno il loro posto. Intanto sappiamo per certo che il problema
fondamentale con la resistenza all’insulina è una diminuzione della sensibilità di certi
tessuti ai suoi effetti. Perché accade? Bene, ci sono molti fattori in gioco.
Per prima cosa, gli studi dimostrano che le mutazioni genetiche esistono e predispongono
alcuni individui alla resistenza all’insulina. Gli individui che possiedono una predisposizione
genetica hanno una probabilità più alta di sviluppare problemi associati alla resistenza all’insulina,
per esempio il diabete e l’obesità. Le differenze genetiche e le ulteriori conseguenze
sono state dimostrate di recente in alcuni studi svolti su animali. Ad esempio, gli ultimi studi
hanno indicato che una carenza genetica della proteina legante gli acidi grassi degli adipociti
(aP2) comporta minori alterazioni dei lipidi plasmatici e dello sviluppo degli adipociti ma fornisce
una protezione significativa dall’iperinsulinemia alimentare indotta dall’obesità e dalla
resistenza all’insulina.

Fattori scatenanti indotti dall’ambiente
Per seconda cosa, considerate come l’ambiente agisce su ogni predisposizione genetica per portare a gradi variabili di resistenza all’insulina. In un ambiente ideale, una persona con la
predisposizione genetica non manifesterebbe la resistenza all’insulina e, pertanto, non ne sarebbe soggetto.
D’altra parte, se fossero presenti fattori scatenanti indotti dall’ambiente e di un certo rilievo (v. più sotto), allora quella persona presenterebbe un qualche grado di resistenza all’insulina.
La gravità della resistenza all’insulina andrebbe di pari passo con il grado e il numero dei fattori scatenanti presenti.
La Dieta Metabolica
Fattori scatenanti indotti dall’ambiente per la predisposizione genetica
alla resistenza all’insulina
・ Obesita
・ Carboidrati alimentari
・ Grassi alimentari
・ Mancanza di attivita fisica
・ Stile di vita (consumo eccessivo di alcol, stress, ecc.)
Obesita
L’obesità è il principale fattore per l’aumento della resistenza all’insulina. Le persone sovrappeso mostrano i segni della resistenza all’insulina con maggiore frequenza delle persone con un peso corporeo nella norma.
Quindi, sebbene non sia stata chiaramente stabilita una qualche relazione di causa ed effetto
(è proprio come la questione se sia nato prima l’uovo o la gallina), l’associazione tra questi
fattori preoccupa, soprattutto perché uno qualsiasi di questi sintomi, da solo o in combinazione
con altri, aumenta il rischio di malattie cardiache.

Carboidrati alimentari

La dieta è importante e gli studi hanno mostrato che una dieta ricca di zuccheri semplici può
aumentare la resistenza all’insulina, con una iperinsulinemia cronica come esito. Può contribuire
anche l’eccessivo consumo di carboidrati raffinati, come gli zuccheri semplici e gli amidi
quali quelli presenti nei prodotti da forno, nel pane, nella pasta e nelle patate.
Normalmente, dopo che si è mangiato, il corpo scompone i carboidrati in glucosio, ossia negli
zuccheri presenti nel sangue. La presenza di glucosio induce la liberazione dell’insulina, un
ormone prodotto nel pancreas. L’insulina aiuta a trasportare il glucosio dal sangue alle cellule
dove viene bruciato a scopi energetici oppure immagazzinato. Quando una persona consuma
molti carboidrati raffinati anno dopo anno, si verifica un pericoloso effetto a cascata. I
livelli di insulina rimangono cronicamente elevati e le cellule vi diventano meno sensibili.
Come conseguenza, è bruciata una quantità relativamente piccola di glucosio e i livelli rimangono alti. Con livelli di glucosio cronicamente elevati, la resistenza all’insulina può evolversi in diabete.
Inoltre livelli elevati di glucosio sierico comportano altri problemi di salute come un aumento
della produzione di radicali liberi. Il glucosio, un composto altamente energetico (e fonte principale di energia nel corpo), è ossidato spontaneamente e crea un grosso numero di radicali
liberi. Questi radicali liberi reagiscono con altri elementi del corpo, come il colesterolo, e li
ossidano accrescendo la probabilità di malattie cardiovascolari e di altro genere. Inoltre, livelli
elevati di insulina creano ancora più radicali liberi portando a quello che i ricercatori descrivono
come “stress ossidativo”. Livelli elevati di insulina aumentano la richiesta di vitamina E,
la quale smorza i radicali liberi. Per di più, l’insulina aiuta a convertire le calorie in trigliceridi
e colesterolo, aumentando il rischio di coronaropatie.
Elevati livelli di glucosio portano pure ad altri problemi. Il glucosio, se presente cronicamente
in quantità superiori alla norma, può legarsi alle proteine e stabilirvi un “legame crociato”, un
processo chiamato glicosilazione. Come tutti i radicali liberi, la glicosilazione proteica è stata
anche collegata ad un avanzamento di certe malattie e dell’invecchiamento.
Carboidrati alimentari
Nell’insieme, contrariamente all’opinione popolare, la dieta ipolipidica e iperglucidica non è
una buona dieta per affrontare la resistenza all’insulina. In un articolo,39 il dr. Reaven, il quale
ha coniato il termine “Sindrome X” per descrivere la sindrome connessa alla resistenza all’insulina, ha affermato:
“Incrementi della quota di carboidrati (con una vicendevole diminuzione del contenuto
di grassi) nei limiti dei menù che possono essere seguiti da gaudenti non
si sono dimostrati ridurre la resistenza all’insulina, sia direttamente potenziando
la sensibilità all’insulina sia indirettamente facendo perdere peso e mantenendo
il dimagrimento. In ogni caso, tali diete accentuano le anormalità metaboliche che
costituiscono la Sindrome X. Poiché la sostituzione dei grassi monoinsaturi o
polinsaturi, o di entrambi, con i grassi saturi dà come risultati la medesima caduta
della concentrazione di colesterolo LDL osservata nelle diete ipolipidiche e
iperglucidiche, si conclude che le diete ipolipidiche e iperglucidiche dovrebbero
essere evitate nella cura della Sindrome X.”
Grassi alimentari
Consumare troppi grassi saturi (per esempio manzo) e acidi grassi omega-6 (come gli oli
vegetali) sembra aumentare anche il rischio di una resistenza all’insulina. Ma, ancora una
volta, l’effetto dei grassi sulla resistenza all’insulina è molto più complicato di quanto pensi la
maggioranza delle persone.
La quota di grassi saturi è stata implicata nella resistenza all’insulina, ma il suo ruolo deve
ancora essere definito accuratamente. Sembra che ci siano diversi genotipi per l’obesità (differenti
predisposizioni genetiche) che rispondono inegualmente alle diete ipolipidiche e iperglucidiche
e alle diete ricche di grassi saturi.41 Qualsiasi risposta ai grassi nella dieta è ulteriormente
modificata a seconda se la persona aumenti di peso, lo mantenga costante o dimagrisca.
Per esempio, una dieta piena di grassi saturi tenderebbe ad incrementare la resistenza
all’insulina in una persona obesa che segue una dieta contenente una quantità sufficiente
di calorie da mantenere il peso corporeo attuale. In ogni caso, non avverrebbe per una
persona che segue una dieta con una restrizione calorica (nella quale la calorie sono meno
di quanto è necessario per mantenere il peso corporeo).
Inoltre è stato dimostrato che la resistenza all’insulina negli adipociti può verificarsi solamente
quando la dieta iperlipidica è ricca di acidi grassi polinsaturi omega-6, ma non quando i
grassi derivano da fonti miste.43 Le recenti ricerche suggeriscono che una dieta ricca di acidi
grassi polinsaturi omega-3 può ridurre il rischio di sviluppare una resistenza all’insulina, e
come tale il tumore mammario o quello colorettale.44
Quello che è chiaro nelle ricerche finora svolte è che la quota di grassi assunti con l’alimentazione
influenza l’azione dell’insulina. Comunque, che l’effetto sia buono, cattivo o neutrale
è una cosa fortemente collegata alle calorie contenute nella dieta. Livelli più elevati di carboidrati
nella dieta di per sé stessi e in unione con i grassi saturi alimentari possono avere
come esito un aumento della resistenza all’insulina.
Un altro fattore è il profilo degli acidi grassi nei grassi alimentari. Gli studi hanno rivelato che
sussistono differenze nel legame insulinico e nel trasporto di glucosio per la crescita delle cellule
con diversi generi di grassi in un mezzo di incubazione.45 Grassi diversi si sono mostrati
capaci di variare i propri effetti negli animali e nell’uomo in riferimento alla secrezione di insulina
e alla resistenza all’insulina.
Sembra che ci sia un effetto indesiderato dei grassi saturi, un effetto neutrale ma forse protettivo
dei grassi polinsaturi quali quelli che si trovano in certi oli vegetali, e i dimostrati effetti protettivi
degli acidi grassi essenziali omega-3 come quelli che si trovano in alcuni oli come quelli di canapa
e di semi di lino, di pesci grassi e di pesci. Questi medesimi modelli di acidi grassi alimentari
che sembrano utili per l’azione dell’insulina e l’equilibrio energetico sono anche i modelli che sembrerebbero
appropriati nella lotta contro le trombosi e le patologie cardiovascolari.
Non solamente è importante il tipo di grasso ma anche se è stato raffinato o meno, sottoposto
a lavorazione o no, oppure ossidato in qualche maniera. Per esempio, nel processo
durante il quale si convertono gli oli vegetali in grassi solidi, un processo noto come idrogenazione
parziale, alcuni legami non saturi sono convertiti in una posizione trans non naturale.
Questi acidi grassi trans spesso occuperanno i recettori preposti ai normali acidi grassi e
come tali possono causare problemi metabolici cellulari e strutturali.
Nell’uomo, gli acidi grassi trans hanno un effetto negativo sul profilo del colesterolo nel sangue
incrementando l’LDL e diminuendo l’HDL. Inoltre, le associazioni positive tra l’assunzione
di acidi grassi trans e le coronaropatie sono state osservate in studi epidemiologici. Viste
tutte le associazioni tra gli acidi grassi trans, la dislipidemia e le patologie cardiache, è stato
ipotizzato che gli acidi grassi trans incrementino la resistenza all’insulina.
Comunque le informazioni date sopra sui grassi e la resistenza all’insulina non sono tutta la
storia. Sebbene siamo consapevoli di alcune delle informazioni fondamentali, sono necessarie
molte più ricerche per definire come agiscono i grassi alimentari per influenzare l’azione
dell’insulina.
Mancanza di attivita fisica
È noto che essere sovrappeso aumenta il rischio di sviluppare una resistenza all’insulina.
D’altronde, essere un sedentario magro non è poi molto meglio perché la mancanza di attività
fisica può anche diminuire la sensibilità all’insulina ed è in qualche modo confrontabile –
nei termini dell’attività metabolica del corpo – all’essere grassi. È stato dimostrato che l’attività
fisica possiede effetti notevoli sull’innalzamento della sensibilità all’insulina attraverso un
incremento degli enzimi ossidativi, i trasportatori del glucosio (GLUT4) e della capillarità
(aumentando i più piccoli vasi e pertanto il flusso sanguigno) nella muscolatura come anche
riducendo il grasso addominale.47
Un recente articolo ha corroborato gli effetti benefici dell’attività fisica nell’abbassamento della
resistenza all’insulina.48 Gli autori, svolgendo una recensione dei dati dei test clinici attualmente
pubblicati, sono arrivati alla conclusione che l’attività fisica può ridurre la resistenza
all’insulina e correggere l’intolleranza al glucosio nell’obesità.
Grassi alimentari
La conclusione è che l’attività fisica regolare (ed io sottolineo la parola regolare perché qualsiasi
genere di esercizio se praticato con costanza darà risultati), perfino una passeggiata al
giorno, aumenterà la sensibilità all’insulina ed eserciterà altri effetti salutari sui lipidi sierici e
sull’apparato cardiorespiratorio.
Per quanto l’attività fisica faccia bene, dovete persistere per continuare a trarne benefici.
Questo perché gli effetti dell’attività fisica durano solamente fin tanto che è praticata su base
regolare. Per esempio, in uno studio effettuato su bambini obesi, l’esercizio ha migliorato l’insulina
plasmatica e i trigliceridi e ha diminuito la percentuale di grasso corporeo.49 In ogni
caso gli effetti dell’attività fisica sull’insulina e sui lipidi sierici sono scomparsi subito dopo che
l’allenamento si è fermato.

Stile di vita
La scelta di uno stile di vita sbagliato dove, per esempio, non si dorme a sufficienza e si è
cronicamente stressati, predispone per prima cosa alla resistenza all’insulina e per seconda
cosa ad una quantità elevata di ormoni dello stress come il cortisolo e le catecolamine.50, 51,
Sebbene l’alcol sia stato associato indipendentemente alla resistenza all’insulina ed a valori
elevati di insulina sierica,53 in dosi moderate può addirittura correggere la resistenza all’insulina.

Cosa fare
Quindi, quali dovrebbero essere le misure di prevenzione se siete preoccupati che potreste
presentare un qualche grado di resistenza all’insulina? Esistono alcune soluzioni
ovvie. Per esempio, se siete sovrappeso, la semplice perdita del 10-15% del vostro attuale
peso corporeo può abbassare la pressione sanguigna e aumentare la sensibilità all’insulina
delle vostre cellule. Poiché l’attività fisica è una componente importante tanto per il
dimagrimento quando per la correzione della sensibilità all’insulina, è un’altra scelta ovvia.
L’attività fisica migliora anche il profilo lipidico e alza l’HDL nel sangue, anche senza una
perdita di peso. Inoltre, correggere il vostro stile di vita sarebbe una buona scelta. Dormire
a sufficienza e diminuire lo stress nella vostra vita farebbe molto per incrementare la sensibilità
all’insulina.
Il passo successivo sarebbe correggere la vostra dieta. Servirebbe anche una dieta ricca di
proteine e povera di glucidi, dove tutti i carboidrati sono tratti da carboidrati complessi e vegetali
con una quantità ridotta di carboidrati. Sarebbe perfino utile una dose maggiore di grassi
nella dieta, per sopperire alla bassa dose di carboidrati, fintanto che c’è una sana porzione di
acidi grassi omega-3.
Sebbene possiamo migliorare il nostro stile di vita e la dieta ed iniziare a praticare un’attività
fisica, c’è molto di più nel nostro arsenale per la sensibilità all’insulina. Questo perché
esistono molti composti nutritivi, compreso il cromo, gli oli di pesce, l’acido lipoico e il
vanadil solfato, che sono molto efficaci per ridurre la resistenza all’insulina e problemi
secondari quali l’ipertensione, le patologie cardiache e il diabete. Più avanti tratteremo i
particolari della dieta e dell’integrazione e come ridurre al meglio la resistenza e aumentare
la sensibilità all’insulina.

Il gonfiore dell’America
Insieme con la risposta insulinica cronica, la dieta iperglucidica riduce anche la secrezione del
testosterone e dell’ormone della crescita. Questo vi mette in una condizione in cui non sono
ottimizzati i tre ormoni importanti per modellare e tonificare il corpo (l’insulina, il testosterone e
l’ormone della crescita). Questo vi renderà difficilissimo rassodarvi ed avere un bell’aspetto.
Inoltre molte persone riferiscono di diventare passive e meno motivate verso l’esercizio e altre
attività fisiche quando consumano molti carboidrati. Iniziano a sentirsi pigre e ad avere meno
energie. E poi, questo non vi aiuterà nel dimagrimento e nel modellamento del vostro fisico.
Molta di questa passività può essere direttamente collegata agli effetti biochimici di un pasto
ricco di carboidrati.
I pasti ricchi di carboidrati (a seconda della loro composizione) tendono ad aumentare la serotonina,
una sostanza chimica, nel cervello. Quando è stimolata ed incrementata la produzione
di serotonina, diventiamo più rilassati, stanchi e pronti a dormire. È la serotonina che viene
influenzata da popolari farmaci antidepressivi come il Prozac. In maniera simile, la connessione
tra carboidrati e serotonina è uno dei motivi per il quale così tante persone desiderano
ardentemente mangiare gli zuccheri quando sono agitati. Stanno semplicemente cercando il
rilassamento che una buona scossa di carboidrati e un aumento della serotonina possono
portare.
Quando tenete conto della probabilità che i pasti con un indice glicemico elevato, come gli
zuccheri, possano indurre un aumento della produzione di serotonina rispetto agli alimenti
con basso indice glicemico,55 non meraviglia che le persone agguantino quelle barrette e altri
dolciumi quando si sentono giù.
L’aumento di serotonina indotto da una dieta iperglucidica può anche lasciarvi con un atteggiamento
del genere “e chi se ne importa?”. La vigilanza può essere compromessa. Nella
Dieta Metabolica, nella quale i carboidrati sono molto ridotti, non vi viene questa specie di
risposta con sonnolenza e indebolimento. Questa potrebbe essere una delle ragioni per le
quali le persone che seguono la Dieta Metabolica dicono di sentirsi più attive e vivaci.
Affermano anche di essere maggiormente motivate, sia nel lavoro che nello svago. Ciò non sorprende,
data la capacità della Dieta Metabolica di stimolare l’aumento dell’attività ormonale.
Storicamente la carne rossa è stata uno dei sostegni principali nella dieta di molti atleti sotto allenamento per la credenza che aiuti la motivazione e la performance. Le testimonianze di coloro
che seguono la Dieta Metabolica confermano fortemente la saggezza di questa credenza.
Poiché la dieta iperglucidica vi fa anche trattenere una quantità maggiore di fluidi, dopo i pasti
può persistere una sensazione di gonfiore. Ciò può realmente rallentarvi e stendervi sul divano
quando invece potreste uscire a godervi la vita. La Dieta Metabolica non solo vi permette
di consumare tutti quei cibi che vi siete negati seguendo quelle diete di moda basate sui carboidrati,
ma vi dà pure maggiore energia per praticare un’attività fisica, socializzare e fare
tutte quelle cose per le quali non avete mai avuto il tempo o la voglia in precedenza. Questo,
a sua volta, vi aiuterà a rassodare il vostro fisico e a diventare una persona più felice e maggiormente
attiva.

Al sistema non vuole piacere la Dieta Metabolica

Nel caso ve lo stiate domandando, non aspettatevi che le primarie industrie alimentari della
nostra società inizino a cantare dalla gioia alla pubblicazione di questo libro. Non piacerà loro.
Percorrete i corridoi di un qualsiasi supermercato oggi e sugli scaffali vedrete ben poco oltre
lussuosi carboidrati lavorati. La carne, sulla quale ci concentriamo nella Dieta Metabolica, è
semplice. È anche molto difficile da presentare bene per trarne grossi profitti. Non interesserebbe
ad alcuna delle grandi industrie alimentari appoggiare questa dieta. È l’utile netto a dettare
legge.
Una simile situazione esiste con l’industria mediocre degli integratori alimentari e della vitamine.
Gran parte dei supplementi che pubblicizzano sarà di poca utilità qui. Questo perché
quando seguite questa dieta avete bisogno di integratori che facciano di più delle formulazioni
economiche di base vendute dalle ditte che cercano solo il profitto. Potete senz’altro
ricorrere all’aiuto di una gamma più sofisticata di supplementi, ma non saranno certo quelli
generici.
Più avanti vi darò un’idea degli integratori che potete utilizzare per massimizzare il potenziale
di dimagrimento e modellamento della Dieta Metabolica, ma saranno specializzati. Inoltre
essi vanno ben oltre la roba alquanto inutile con cui l’industria degli integratori spesso riempie
gli scaffali. Di fatto, io ho formulato un’intera linea di integratori alimentari che seguono la
filosofia e la scienza alla base della Dieta Metabolica. Più avanti ne parlerò ancora.
Non saranno contenti di questa dieta nemmeno quegli attuali guru dell’alimentazione i quali
pensano che la qualità di una dieta dovrebbe essere misurata dalla tortura a cui sottopone i
suoi proseliti. La scuola del “Se è buono, sputalo” sarebbe pure contraria. La Dieta
Metabolica non è una tortura. Durante i giorni della settimana mangerete carne integrata da
un’ampia varietà di altri deliziosi alimenti. E quando arriva il week-end ed inizia la fase di carico
dei carboidrati della dieta, praticamente tutto andrà bene.
Anche se magari dovrete rinunciare a quelle lasagne e a quel gelato durante la settimana,
potete mangiarli durante la fase di “ricarica dei carboidrati” della dieta che arriva ogni weekend.
A differenza della dieta iperglucidica e altre del suo genere, non siete costretti a rinunciare
ai vostri alimenti preferiti per sempre seguendo la Dieta Metabolica. Mentre i guru stanno
“sudando con le vecchie credenze”, tagliandosi a zero i loro riccioli biondi e legando il proprio
gregge alla ruota della tortura alimentare, voi gusterete sempre gli alimenti che amate.
Per quelli tra voi che hanno necessità di una quantità ulteriore di carboidrati per funzionare
efficientemente, sarà possibile determinare la quantità minima di carboidrati di cui avete bisogno
in maniera che potete comunque portare all’apice la massa muscolare, ridurre al minimo
l’adipe e sentirvi bene.

Impegnarsi
Per quanto la Dieta Metabolica sia radicalmente diversa dalle altre diete, ha pur sempre una
caratteristica in comune con esse. Come ogni dieta, se non la seguite, non vi darà risultati.
Richiederà un po’ di disciplina.
La bella notizia è che, se seguite correttamente la dieta, funziona di sicuro. So che l’intera
idea di una dieta con una quantità maggiore di grassi può suonare strana. Può contraddire
tutto quanto siete stati portati a credere delle diete, dei grassi e dei carboidrati; eppure funziona.
È inevitabilmente una questione di biochimica. Dimagrirete e modellerete il fisico come
volete se seguirete la dieta con precisione. Viste le delusioni e il crepacuore che danno la
maggioranza delle diete, cos’altro in più potete chiedere?


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